Grillet, con lo stile del gatto nel labirinto francese
di
Arnaldo Colasanti
«Monsieur Robbe-Grillet, vous avez le style du chat». In quella frazione di secondo, mentre parlavo, ebbi la netta sensazione di dire una sciocchezza. Eravamo a pranzo, al caffé di Stresa, per il Festival Grinzane Cinema, della cui giuria Alain Robbe-Grillet era il presidente. Ci fu un lunghissimo silenzio, ma forse mi ero salvato. Di mezzo, c’era il modesto francese e dunque la gaffe (lo stile del gatto!) come quella familiarità eccessiva e scortese. Di mezzo, c’era anche un vecchio scrittore, un po’ stanco e annoiato. Forse non mi aveva sentito, mentre continuava a sorseggiare il bicchiere d’acqua. Restai fermo. Mi guardai bene dal ripetere la frase.
Robbe-Grillet (era l’anno scorso e aveva ottantacinque anni) aveva il corpo piccolo, come ripiegato. Tutto era davvero vecchio, tranne il volto. Anzi, una testa grande e elegante e quei capelli con la barba chiudevano in una specie di intimità un naso ancora perfetto, gli occhi elettrici, azzurrini, velocissimi. Oddìo, adesso sembrava un gatto del suo stesso stile ma io proprio non dovevo pensarci a quella storia. Lui se ne stava zitto e beveva lentamente.
Chi era stato quell’uomo per la mia generazione? Quando lessi a vent’anni Nel Labirinto (1959) fu un colpo al cuore: una lingua come una filigrana sottilissima di oro bianco; una presenza degli oggetti e del loro inconcepibile ma naturalissimo divenire per raggiungere una concentrazione mentale in stato di ipnosi. Capivo che tutto veniva dai movimenti impercettibili e duri di Flaubert, come segni sumerici sul puro candore della pagina. Era dunque questo il senso del cosiddetto «nuoveau roman» e della fenomenologia «école du regard», appunto la scuola dello sguardo che aveva in Alain Robbe-Grillet il maestro e guida, nella Francia del dopoguerra. Uno scrittore fantastico come Borges diceva che il labirinto più pericoloso è quello che coincide con una lunga retta. Il labirinto dei francesi che amavano a fine anni Settanta aveva invece un limite: non era sfinito, né angosciante, sapeva mantenere le promesse. Per esempio, una visione lenta, introversa, segreta eppure sempre prodigiosa (perché, ripeto, naturale e materiale) della realtà.
Le gomme (1953) sembrava un romanzo che scriveva una storia per cancellarla: la maniera per rimuovere chirurgicamente le rimozioni, le nullità, cioè il disagio dell’esistenza e i pesi «borghesi» della psicologia, quella del cosiddetto romanzo tradizionale. Per quanto strano, ma i libri di Alain Robbe-Grillet regalavano soprattutto un incanto: una specie di commozione oscura, uno struggimento inatteso ma alla fine gioioso, senza lacrime o sentimento, come senza vergogna. Me la ricordo benissimo La Gelosia (1957). Il marito, assente dalla scena del romanzo, controlla, esamina, indaga il rapporto fra sua moglie A. e l’amante di lei, Frank. Si sa: la gelosia, che è un vizio, può solo distruggere e cariare a fondo la vicenda. Nei grandi drammi occidentali finisce per essere una deflagrazione psicologica che azzera, trasferendo l’ironia nell’inferno del sarcasmo e del sadismo (Madame Bovary o Anna Karenina). Robbe-Grillet, invece, era diverso. Attraverso la gelosia, la sua voce nascosta costruiva la lingua e con questa i personaggi, il loro mondo, il loro inconcepibile ma reale movimento. In sostanza, La Gelosia finiva per diventare un romanzo liberatorio, una letteratura che vede la realtà.
A pensarci oggi è davvero strano comprendere perché quei libri (e il famoso scritto teorico Una via per il romanzo futuro, 1956) venissero spacciati per crudo sperimentalismo, per una fissità disumana utile appena a sdoganare qualche gruppetto neoavanguardistico che, almeno in Italia, quei libri lì non avrebbe mai saputo scriverli. La letteratura di Robbe-Grillet era letteratura vera, a voce alta. Certamente, in polemica (direi soprattutto con Sartre e il sartrismo) ma capace di ripensare la complessità di Proust e la moralità di Flaubert (direi, la vlontà radicale di uno Chateaubriand fuori dai filtri romantici) lungo una prospettiva che pensa che il mondo sia soprattutto un atto di immaginazione – il sogno ad occhi aperti.
E ora lo scrittore se ne stava lì in silenzio e beveva l’acqua e io mi sentivo un po’ sciocco, davanti ai riverberi di Stresa. Ripiegato in due e serio in volto, mi sembrò all’improvviso una statua di Marienbad. Robbe-Grillet, oltre a scrivere, ha girato film clamorosi come Trans-Europ-Exspress (1966) e Slittamenti progressivi del piacere (1974). Ma la sua sceneggiatura de L’anno scorso a Marienbad (1961), per la regia di Alain Resnais, è un semplice capolavoro. Un uomo ritrova una donna, è tornato lì nell’albergo di Marienbad per l’appuntamento stabilito. Lei non sa chi sia quest’uomo e lui la sta cercando non perché ne conosca il motivo ma perché è il suo sguardo, è il portentoso gioco di scacchi con la realtà e l’irrealtà a dargli la luce per poterla riconoscere. Il film, insieme al libro Progetto per una rivoluzione a New York (1970), è l’esempio perfetto per chi desideri comprendere che l’intelligenza e la profondità sono semplicemente forme di arresa a se stessi, ad una forza visionaria anonima ma strabiliante e naturale.
Un uomo così. E io gli avevo detto, lei possiede lo stile del gatto. L’acqua nel bicchiere che stava per diventare vuoto: lontano l’argento punitivo del lago. Forse sarebbe stato meglio alzarsi. Ma il vecchio scrittore mi anticipò. In quel volto da gatto sornione gli venne fuori all’improvviso un sorriso gelato e radente, infantile come sprezzante, qualcosa che viene da lontano e affonda nel cuore della realtà. Mi guardò ridendo, disse «Oui, un gatto, un air subtil, un dangereux parfum». Riconobbi un verso di Baudelaire, uno dei tanti al proprio gatto. Quella fu l’ultima volta che vidi Alain Robbe-Grillet. Ma mai riemerse tanto chiaramente la presenza di una letteratura classica, votata alla scanzonata, tremenda tragedia del Grande Stile.
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Su gentile concessione di Arnaldo Colasanti
Pubblicato su Il Riformista il 20 febbraio 2008

