Apologia di un rifiuto. Rileggendo “Il ballo”, di Irène Némirovsky.
di
Claudia Quaglieri
Il grande dramma domestico è svelato dalla giovane Antoinette Kampf, quattordicenne in costante esuberanza fisica e spirituale rispetto all’età. La bambina, apparentemente così infantile per il biancore della pelle o nei movimenti (ma non nel seno, quello non mente mai) è già così adulta da provare un risentimento incontenibile, un odio viscerale per la famiglia. Antoinette ha dimenticato. Ha perduto nell’oscurità della memoria quel caldo abbraccio materno che l’accompagnava nella vita. La brusca interruzione di affettività l’ha travolta e trascinata sulla riva di una maturità acerba e precoce. Dalla sua isola la vediamo in lontananza, sostituita nella vita della madre da un interesse ben maggiore verso l’immagine e il riconoscimento sociale. Di quella società di cui era entrata a far parte soltanto grazie ad un colpo di fortuna. Ma cosa c’è di nuovo, nel romanzo della Nemirovsky, rispetto alla patologica normalità di un rapporto conflittuale madre-figlia? Il tentativo di distruzione della società usurpatrice è per Antoinette la via del castigo a cui condanna la madre. La decisione, presa con agghiacciante naturalezza, di non spedire gli inviti per il primo ballo che la signora Kampf aveva organizzato, trascina con forza la donna di fronte alla sua immutata essenza di ambizioni insignificanti. E’ un gioco continuo di specchi, quello tra Antoinette e la madre, un viaggio sofferto nell’interiorizzazione del rifiuto che sfocia nella più gratuita crudeltà con lo scopo inconscio di trascinare la madre al confronto straziante con la sua insignificante natura di donna ossessionata dall’approvazione esterna. L’ultima tappa è il compiacimento della giovane, quel sorriso celato dalle perle della collana che la madre le preme sul viso in un nuovo patetico abbraccio, nel vedere la distruzione della donna con gli occhi colmi della consapevolezza di averla scavalcata nell’esistenza.
Oramai Antoinette è una donna, conforme alla brutalità adulta, pronta per il mondo; lasciandosi alle spalle la realtà svuotata ed inerme della natura materna.
Ed è qui che si consuma la tragedia, nel momento esatto in cui Antoinette sceglie di essere conforme e di lasciarsi risucchiare dalla brutalità, rinunciando all’innocenza e alla curiosità infantili – necessità innate ed inscindibili di ogni adulto libero, che pure dovendo sempre mutare in altro nel corso della vita, la bambina sembra aver svenduto al basso prezzo di una vittoria tanto immediata quanto vuota: il contentarsi della mediocrità del mondo (propriamente comparsa precedentemente nel libro in quanto “mondana”) anziché proseguire nella profondità e nella particolarità proprie di quel primo sogno che è la fanciullezza e sarebbe potuta essere la vita intera.


Marzo 17th, 2008 at 8:41 pm
mai troppo ricordata. Grande Nemirowsky !
qui la mia lettura!
Marzo 18th, 2008 at 8:48 pm
Mi hai rimesso davanti una bella dose di ricordi, rovesciati sugl’occhi in un istante, ricordi belli di letture così private, così personali… fuori dal chiasso…
grazie di cuore Claudia! è bella anche l’immagine che hai scelto da accostare.
ormai vostra,
C.
Marzo 19th, 2008 at 9:57 am
è l’ennesima volta che sento parlare di questo libro, è un destino crudele sentirne parlare sempre (mai nei luoghi letterari) e non averlo! chi mi suggerisce una edizione che valga la pena comprare? vorrei una traduzione che riuscisse davvero a rendere l’effetto descritto nell’articolo sopra.
e comunque grazieeeeeee!!!
Aldo F.
Marzo 19th, 2008 at 11:10 pm
@Carla: Grazie a te, Carla. E’ bello sentire affianco un’altra corda che vibra della stessa intensità…
un abbraccio
C
@Aldo: Caro Aldo, innanzi tutto ti ringrazio. Per quanto riguarda l’edizione io ho quella della Piccola Biblioteca Adelphi. Se dovessi aver problemi scrivimi.
C
Aprile 2nd, 2008 at 5:35 pm
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