Demoniddio
di
Raffaella D’Elia
Due schegge, una in testa grande come una lenticchia che si muove formicolante e inarrestabile – forse anche per l’impossibilità di rimuoverla senza il rischio di una paresi facciale perché situata in un luogo troppo delicato –, sfregando contro i lembi, le vene, la materia molle, quella dura, investendo in una corsa impazzita tessuti e ossa, arterie e vasi, fino a taglieggiare con le sue estremità i punti di vista, le bisettrici, i panorami che affiorano davanti gli occhi. L’altra è un proiettile estratto, tolto dalle mani ferme e precise di Ponti, il più bravo chirurgo in piazza, che ha lavorato di fino, come si conveniva, disegnando un ricamo che sarà sempre orrendo, ma quasi invisibile, proprio lì, tra la lieve peluria sul mento, a destra.
Doveva andare in Israele, doveva farsi operare lì, questo le dicevano in continuazione, nella concitazione di quei momenti, “Vada lì a farsi operare, è giovane, con il viso che ha… lì sono pratici di queste cose, sono sempre in guerra, abituati al sangue, alle ferite, alla morte”.
Noi non eravamo abituati. Mio fratello e io eravamo cresciuti con lo spauracchio delle ‘spine assassine’. Stavamo sempre buttati in mezzo ai prati, nei campi, a costruire casette sugli alberi, ideare ponti per collegarle tra di loro, da un ramo a un altro, alla ricerca di pezzi di legno, materiale vario, fogliame, per rendere le nostre invenzioni sempre più perfette, le giornate una sfida continua ed eccitante. Poi, la sera, quando tutto era finito, arrivavano i pianti, le urla, i rimproveri di nonna che impugnava l’ago sfilandolo dal cuscinetto blu e rosso, e dopo averlo passato due minuti sul fuoco e imbevuto di una goccia di alcool, cominciava a cercare, sfrugugliare tra le nostre dita, spingendo, sfiorando, tastando con quel pezzetto di ferro acuminato la spina che scolpiva addosso la nostra fame di avventure. Le dita se ne stavano dritte, stranamente cicciotte, tirate dalle braccia energiche di nonna che, confessava, si divertiva nel fare quel lavoretto, mentre i suoi occhi, divenuti fiabescamente più grandi e rotondi dietro le lenti degli occhiali, scrutavano ogni millimetro delle nostre estremità.
“Ecco, non l’ha tolta, non l’ha tolta tutta! Un pezzetto è rimasto dentro e ora camminerà per tutto il corpo, arriverà al cuore e morirai!”. Questa frase, pronunciata ora da uno ora dall’altro, scandiva la fine di un rito, che ci lasciava sempre con un timore vago e perplesso. Sarebbe davvero arrivata fino al cuore, attraverso arterie, vene, liquidi? O era tutta un’invenzione, una leggenda, e come tale non ricordavamo neanche da dove avesse avuto inizio? Gli occhi lucidi e fissi sul dito di chi era ora la vittima, e quelli divertiti e crudeli del carnefice, si abbassavano quando la notte inghiottiva tutto, e quel mistero, quel gioco infantile, non disturbava ne turbava i nostri sogni di bambini.
Per i primi giorni dopo l’attentato, le prime settimane, rintraccio quella ossessione negli sguardi interrogativi che rivolgevo a mamma, sdraiata nel letto d’ospedale. Guardavo il suo volto, distogliendo lo sguardo per osservare la bottiglia verde di acqua sul comodino per poi tornare ancora su di lei, cogliere nella sua espressione i segnali di un cambiamento.
Non facevo altro, guardando il volto di mia madre, che chiedermi, ipnoticamente, dove sarebbe arrivata la sua spina.
Ricordo il letto bianco con le lenzuola pigiate sotto il peso delle braccia, lei sdraiata che ci sorrideva dolorosamente, la bottiglia a fianco, le buste, due nanetti che ciondolavano con i montgomery tra i piedi di nonno e nonna, papà e vari amici. Ricordo come un incubo il giorno che ha chiamato casa dall’aeroporto chiedendo con un filo di voce di parlare con papà. Io e mio fratello sono anni che non litighiamo più su chi ha alzato la cornetta quella volta, investito dal rumore freddo e ghiacciato di ferraglia, su cui la voce di mamma scivolava piano, come risucchiata da un frastuono indefinito. Io e mio fratello sono anni che non litighiamo più su chi ha alzato la cornetta quella volta, investito da quel rumore che annunciava qualcosa di brutto e cattivo, a un bambino che non capisce le cose nel dettaglio ma intuisce forse con maggior dolore ciò che non può racchiudere in una forma e giungere chiaro, limpido. Io e mio fratello non litighiamo più su chi ha parlato quella volta con mamma, al telefono. Negli anni quella nuvola informe ha sbattuto contro le nostre coscienze di adulti, scotendole, violentandole mille, miliardi di volte – ogni volta che il ricordo spezza l’incanto di un oblio rassicurante – ma noi non l’abbiamo fatta raffreddare su di noi, quella nube, sul nostro corpo caldo. Abbiamo deciso di resistere ai suoi tentativi di aderire alla nostra ferita, entrandoci dentro e ridefinendola attraverso nuove profondità e geometrie, abbiamo deciso di tornare bambini, in quel punto esatto di inconsapevolezza, in quel rifugio fragile e imperfetto di vaghezza, in quella cava perfetta di approssimazione, in cui proteggerci dalle schegge di dolore che ogni tanto provano a squarciarne le pareti diventa più facile, nascosti dietro le trasparenze di una bolla da cui considerare salva e proseguibile la nostra vita.
Roma aveva accolto le nostre ansie ridisegnando confini e contorni di quell’inverno, calcando di colori cupi e scuri il cielo che le suore cercavano comunque di rassettare ogni giorno, per noi, sistemandolo sul letto di modo che potessimo ancora notarlo, viverlo, goderne. Mi piaceva quando erano gentili, quando la loro benevolenza faceva girare le sedie, spostare cuscini, alzare e mettere seduti sulla schiena i malati. Mi piaceva trovare in loro un conforto, una chiacchiera, un sorriso, però rigorosamente legato alla contingenza. Era un gentilezza che doveva misurarsi con la necessità del momento, con le questioni pratiche che sorgevano minuto dopo minuto, giorno dopo giorno: far mangiare mamma, cambiare le flebo, controllare la quantità del liquido iniettato, spostare letti, trascinare sacchi. Né più né meno che infermiere insomma, anche se erano donne vestite di bianco, con un velo in testa, sempre pallide e quasi tutte incredibilmente uguali nei volti che la vocazione evidentemente rimescolava in espressioni che le faceva non solo assomigliare ma diventare, tutte, delle suore, perché avevano raggiunto quel volto lì. Quasi come se più che prendere i voti, il vero giuramento necessitasse di un marchio ancora più esigente: quei connotati nuovi e vecchi insieme, che rendevano ogni suora effettivamente suora, riconoscibile quasi fisiologicamente.
Non sopportavo, non ho mai sopportato le chiacchiere che cercavano di infilare tra una scrollata di lenzuola e un carrello trascinato. Non mi aiutavano, mi ferivano, infastidivano, non tolleravo il tono dolce e strascicato con cui armeggiavano, con l’aria di chi la sa lunga, contro la sofferenza e il dolore. Smozzicavo le unghie, nei mesi seguenti, negli anni, in occasione di conversazioni con queste donne che avevano l’ingrato compito di traghettare i malcapitati tra le spire scorticanti dei dolori più atroci.
Risale a quel periodo un’ammirazione imbarazzante per mio nonno. Non faceva che bestemmiare. Soffriva come un cane ma bestemmiava, a bassa voce, urlando, con violenza, con dolcezza, utilizzando i sacramenti buttati giù come intercalare, per togliersi dall’imbarazzo, per attirare attenzione, violentandosi, mortificandosi.
Quando le urgenze erano venute meno, quando il fragore dell’ ansia non esplodeva più dalle flebo inondando la stanza e noi che ce ne restavamo lì come ebeti, quando insomma ci inoltravamo nel territorio più difficile, quella della razionalizzazione, per capire cosa fosse successo, mamma ci raccontava di un’ossessione.
Quando si era buttata a quattro zampe strisciando per raggiungere la colonna, mentre quei demoni sparavano all’impazzata e il rumore sordo di una bomba era risuonato nell’aria, le era venuta in mente un’immagine. Aveva immediatamente pensato al precedente attentato e per un riflesso incondizionato tentò di non respirare. Scorrevano nella sua testa le immagini di una collega che correva all’impazzata dalle scale dell’aereo della Pan American.
Il primo gruppo era entrato sparando in sala transito, un altro aveva raggiunto l’Air France ma il pilota li aveva visti e fece in tempo a chiudere i portelloni e a girare il rotellino; quindi si diressero verso l’aereo della Lufthansa e partirono insieme ai compagni che sabotarono l’aereo americano.
La sua collega nel lasciare precipitosamente l’aereo si ruppe la gonna, e mamma ha rivissuto infinite volte nel ricordo di questa donna che pensando di essersi salvata tentava di coprirsi le gambe con i lembi di stoffa stracciati. Poche ore dopo sarebbe morta per aver respirato il fosforo che era stato gettato.
Ogni volta che arrivava a raccontare questa scena tutto si mischiava, sciogliendosi, rapprendendosi intorno a parole frammentate, solitarie, nel racconto che si spezzava tra i singhiozzi e che arrivava a noi come uno straccio da dipanare rattoppare e lavare. Noi vedevamo le gambe nude di questa donna, la pazzia, la follia di quei momenti, e tutto scivolava nel marcio del nero più nero, quando a stagliarsi davanti a noi era adesso l’aereo Lufthansa che scaricava a Beirut, buttandolo di sotto e ammazzandolo, un ostaggio italiano, e raggiunto il Kuwait, due dita alzate in segno di “V”, vittoria, avevano sconvolto il mondo e fattoci rabbrividire ancora una volta, martellando furiosamente sopra una cassa di risonanza che da allora per noi è rimasta aperta.
A distanza di tanti anni, ripensando all’aria sfitta in cui eravamo tutti intrappolati in quella stanza d’ospedale, in una Roma mai così fredda e grigia, una cosa sola sono sicura di aver capito con chiarezza disarmante. Ancora non lo accetto, ancora oggi mi dà fastidio ammetterlo, ma forse nonno bestemmiava come un turco, io smozzicavo le unghie guardando con malcelata diffidenza le suore, perché sentivamo entrambi che solo questo era il modo che avevamo di esorcizzare la morte sfiorata. Non volevamo mediazioni, orgogliosi e ciecamente convinti di saperla fronteggiare da soli, con le sole forze del nostro temperamento e della nostra testa.
A distanza di tanti anni non sono cambiate le nostre opinioni sul senso delle parole che cercavano uno spiraglio per raggiungerci, forse sono peggiorate. Ma nella parte più nascosta di noi, riconosciamo il timore di fuggire questi cristiani atteggiamenti perché si è accorciata la linea che per noi li separa dal lutto: forse è un riflesso incondizionato, fuggire in ritirata per proteggersi dal fuoco delle prime file, rimanendo imbambolati dentro gusci di malcelate idiosincrasie, e cercare riposo, anche brevemente, in una sosta pacificata di intenti e rassegnazione.
Adesso, ogni tanto guardo mamma. Ho completamente dimenticato di monitorare, negli anni, attraverso il suo volto, dove possa essere quella maledetta spina, quel proiettile bastardo che le ha cambiato la vita. Mi sembra una piccola, grande vittoria.


Marzo 21st, 2008 at 6:32 pm
Complimenti Raffaella,
è molto bello questo tuo racconto, ti ringrazio subito per avercelo donato. Mentre leggevo ho intravisto un riflesso, veloce come un lampo, trasversale, da sopra a sotto, di riservatezza riversata, rivoltata come un corpo, appunto, infermo. Forse lo stile lacerato, innestato all’imperturbabile sicurezza di fondo, ne è stata la cura.
a prestissimo,
un abbraccio.
pa.
Marzo 26th, 2008 at 8:49 am
Grazie Paolo, grazie davvero.
r.