La distanza fra letteratura e dolore.
di
Giorgio Fontana
1. Nell’ultimo brano di Autunno tedesco, dal titolo Letteratura e sofferenza, Stig Dagerman si pone una domanda cruciale: “E’ più vicina alla poesia la sofferenza che si deve al riflesso del fuoco o quella che nasce dalla fiamma stessa?” La sua risposta: “Esempi vicini nello spazio e nel tempo mostrano un legame praticamente diretto tra la poesia e la sofferenza lontana, conclusa. Si può forse addirittura dire che il provare compassione sia già una forma di poesia che ha un urgente bisogno di esprimersi in parole. La sofferenza diretta e viva si distingue da quella indiretta anche perché non desidera parole, almeno non nel momento in cui viene provata. Rispetto a quella conclusa, la sofferenza ancora aperta è timida, riservata e silenziosa.”
Una posizione classica. La ferita fresca non serve a nulla. La letteratura è distacco e rielaborazione: il famoso secondo sguardo attraverso cui si coglie il senso autentico del dolore. Ma è davvero così? Qualcuno potrebbe domandarsi in cosa consiste questo “senso” — se ci guida verso una verità superiore. E potrebbe anche dire che questa verità non esiste. Il dolore vero fa schifo. Semplicemente ci ripugna, e non c’è niente di bello in esso. Se dovessimo comunicare continuamente qualcosa di simile, ne usciremmo distrutti: se ogni riga contenesse l’esatta quantità di sofferenza provata in origine, il mondo bandirebbe la letteratura con ogni ragione.
Dunque, l’unico modo per trattare il dolore sembra essere l’estetizzazione: a patto che non la si intenda come ermeneutica. E a patto di fare avanzare coi piedi di piombo.
2. Nei nostri numerosi discorsi, io e Marco Missiroli abbiamo identificato un nemico comune e sovrano: il patetismo. Cioè, la retorizzazione del dolore. Cioè, la pretesa necessità di estetizzare la sofferenza nel modo più languido possibile. Céline, Da un castello all’altro: “quello che danneggia l’agonia degli uomini è il tralalà… l’uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico… il più semplice.” Ecco il punto. Il tralalà si nasconde ovunque: nelle lacrime in diretta, nella commercializzazione delle notizie, nelle similitudini coi cuoricini. Nessuno di noi ne è indenne. Ogni volta che decidiamo di scrivere del dolore, questo rischio si apre come un abisso sotto i nostri piedi. Il materiale dolente ci brucia fra le mani, ed è facile cadere nella vergogna.
Una buona domanda è: perché si è reso necessario tutto questo? Un’altra buona domanda, ancora più essenziale: come si può evitare il tralalà?
3. Facciamo un passo indietro. Si parla sempre della dignità del dolore. Diciamo che quel tale articolo “toglie dignità al dolore della persona”. Ma usciamo dalla gabbia delle parole. Perché il dolore è degno? Forse perché è qualcosa di talmente vicino al cuore della nostra esperienza da risultare particolarmente indifeso di fronte alle parole. Dignità significa rispetto, e rispetto, il più delle volte, si traduce in silenzio. Dagerman dice che “La sofferenza, una volta sofferta, non deve più esistere.” Ma c’è qualcosa che ci spinge costantemente a ricordarla e dipingerla, e l’unico modo per farlo è tramite i simboli. La distanza fra letteratura e dolore è la distanza che separa ogni forma di simbolizzazione umana rispetto alla vita. Il destino dell’uomo è il destino del concetto — del simbolo. Questo velo viene imposto per primo da Kant, ricordato dal cherubino di Kleist, teorizzato da Cassirer e da molti altri. Una teoria della conoscenza come mero rispecchiamento è fallace, e questo vale anche per la letteratura. Dunque l’unico modo per rappresentare degnamente il dolore è accettare la distanza che ci separa da esso. Resta da capire quanto tale distanza sia ampia, e quanto ci sia concesso ampliarla o ridurla.
4. Io la vedo così. Gli unici modi onesti per trattare la sofferenza sono mettere in atto un’estetizzazione il più perfetta possibile (ma che non tradisca la materia pulsante da cui trova origine, e cioè che non sia fine a se stessa), oppure cercare di ridurre questa distanza al minimo. Esempi del primo caso sono La più lucente corona di angeli in cielo di Rick Moody, o la parte finale di Molto forte, incredibilmente vicino di Safran Foer: entrambe le opere sono strazianti, ma sono anche un capolavoro di estetizzazione. La strada di McCarthy paga allo stesso modo il dazio a questa distanza.
I casi opposti, di mera e cruda rappresentazione della sofferenza, sono pochissimi. Quanto a me, riesco a citare solo la morte del cane di Robert Neville in Io sono leggenda. Il cane muore, stop. Ancora meglio: il suicidio del bimbo ne La prova della Kristof. Lì il dolore si vede e basta. (Potrei includere anche Uccidere un bambino di Dagerman, e la rappresentazione iperrealistica della paranoia in Burroughs).
Quindi ecco i corni del problema. O un’arte impeccabile, o un’arte totalmente sincera. Non se ne esce. Ogni via di mezzo impedisce un’autentica rappresentazione del dolore. Su questo rasoio si misura tutto. Il nostro giudizio e la nostra onestà intellettuale.
5. Dunque come si evita il tralalà? Come preservare la dignità del dolore? Con la presa di coscienza. Qualsiasi letteratura che voglia avvicinarsi al sacro mistero della sofferenza deve accettare la dicotomia fra estetizzazione perfetta e tentato avvicinamento. Penetrarla, assorbirla, tenerla sul petto come un talismano. E ricordare che di fronte al dolore sarà sempre un passo indietro: le sue parole non avranno mai speranza di coincidere con esso.


Aprile 2nd, 2008 at 5:34 pm
Questo post è stato aggregato su http://www.nonsolozapatero.it/ l’aggregatore del web sociale e socialista.
Aprile 14th, 2008 at 9:33 am
E’ un pezzo illuminante e bellissimo.
Aprile 21st, 2008 at 2:40 pm
premettendo che il pezzo è davvero molto bello, voglio farti un appunto: “un’arte totalmente sincera”. attenzione, perchè quando si mette in ballo il concetto di realtà (intendento sincerità = adesione alla realtà più pulsante, senza filtri) si rischia di finire in un roveto. mi spiego. penso a popper quando diceva che ogni sguardo è “theory laden”. non certo nel senso che la realtà non esiste, naturalmente, ma nel senso a cui accennavi tu sopra: il dolore reale semplicemente fa schifo. non solo fa schifo raccontarlo, fa schifo viverlo e accettarlo. la psicanalisi si fonda sull’idea che per dire l’indicibile costruiamo simboli - e di conseguenza i simboli sono semplicemente essenziali alla nostra stessa esistenza, figurati alle varie forme di comunicazione della nostra esistenza.
per quanto uno si sforzi non può mai essere totalmente, veramente sincero, è nella nostra natura vivere di artefatti simbolici - o anche: cercare scappatoie. però (r)esiste qualcosa, e cioè l’onestà. non solo intellettuale ma anche emotiva. l’onestà di dire: ebbene sì, soffro. per questo ci vuole un coraggio enorme. il patetismo di cui parlavi è la scappatoia più bassa (la più semplice) per dare una dignità al dolore. un’altra è il vittimismo o la credenza folle (e cristiana) per cui il dolore ci rende migliori. il dolore non ci rende migliori se non sappiamo interpretarlo e di conseguenza viverlo - cioè soffrire è semplicemente inutile se dalla “fiamma” non riusciamo a trarre una lezione.
per imparare dal dolore bisogna conoscere sè stessi e i propri simboli. il dolore DEVE essere trasformato (questo voglio dire) altrimenti è insensato, inutile. penso a carver. i suoi racconti sono disseminati di un dolore completamente onesto. ma scrivere di questo dolore è già codificarlo, esplorarlo, elaborarlo. c’è onestà, ma non sincerità. se carver fosse stato sincero avrebbe scritto: “sono un alcolista intrappolato in un matrimonio che mi soffoca”. e se l’avesse scritto così non sarebbe stato uno scrittore - semplicemente.
ultima cosa: la complessità. gettarsi nella fiamma del proprio dolore non serve a nulla. rielaborarlo è necessario, ma se non si fa attenzione si rischia già di cominciare a mentire. la fiamma è una, eppure intorno a sè spande una luce e un calore sempre diversi - nello stesso istante può essere letta secondo infiniti criteri. essere consci di questa presenza costante e plurale è assolutamente necessario, a mio modo di vedere, per vivere il dolore senza fuggirlo e per elaborarlo senza mentire. esiste tutto: il tuo compiacimento, la tua voglia di superare, la tua voglia di distruggere e distruggerti, la speranza, la pietà. ci sono molte sfaccettature e non c’è risposta. a questo punto concordo con te - arriva il rispetto, cioè il silenzio pensa a cechov: senza trama e senza finale.
questo (trovare il finale) sarebbe presunzione e falsità e già una scappatoia troppo semplice.
Aprile 21st, 2008 at 2:41 pm
il commento sopra è mio.
perdonate, prima non ho messo il nome…
Aprile 21st, 2008 at 3:56 pm
ciao gianluca, grazie mille per l’ottimo appunto.
allora, sostanzialmente hai ragione. tuttavia non ho mai pensato alla possibilità di una scrittura del dolore “puro e semplice”, e infatti scrivo chiaramente che il nostro destino è quello del simbolo - la distanza è ineliminabile, mi domandavo in che modo fosse possibile gestirla. l’iperbole “arte totalmente sincera” è appunto un’iperbole - e in effetti non dovevo usarla. va abbastanza contro le premesse del discorso. un’arte quanto più possibile sincera? quanto più possibile aderente?
mi spiego. posto che ci muoviamo SEMPRE all’interno di una metratura, e che questa metratura non si può mai ridurre a zero, qual è il modo giusto dove porsi? (immagina, per semplificazione idiota, un righello: a 15 cm c’è il patetismo. a 10 cm c’è moody. a 5 cm la kristof. a 2 cm carver, magari. etc. questo non per classificazione bieca - e inutile - ma proprio per cercare di capire. per iniziare un compito).
come dici giustamente tu, se carver fosse stato sincero si sarebbe annullato come scrittore. chiunque rifiuti la mediazione del concetto (che è poi la SCRITTURA in sé medesima, la lingua, l’arte, il mestiere) si annienta con le sue stesse mani. (il diario di un adolescente che si lamenta di un amore perduto è dolore allo stato puro, PERCHE’ NON HA NESSUNA FINALITA’ ARTISTICA NE’ PUO’ AVERLA - è un semplice sfogo. e dunque non sarà mai scrittura).
il punto è diverso. i mezzi di carver e i mezzi di moody sono diversi proprio nel loro modo di affrontare il dolore. esattamente come i mezzi di chiunque sono diversi nell’elaborazione di una sofferenza. c’è una frase di wittgenstein che adoro: non ho la fonte sottomano (le “note sul ramo d’oro”), ma cito a braccio. il fratello di schubert, dopo la morte del musicista, tagliò le partiture in piccoli frammenti che donò agli allievi prediletti. questa è una forma comprensibile di pietà: ma, dice wittgenstein, anche il bruciare le partiture lo sarebbe.
e quindi: chi scrive bruciando le partiture? chi scrive conservandole? e in che modo questi due corni (di nuovo, semplificando) hanno un valore intrinseco?
(arrivato a questo punto mi domando se sono stato poco chiaro nel pezzo. nel caso, faccio ammenda.)
saludos
gio
Aprile 21st, 2008 at 5:32 pm
perfetto, ora ho capito molto meglio cosa intendevi. l’esempio del righello è molto azzeccato. per restare alla tua immagine (e visto che citavi wittgenstein) mi vengono in mente tre considerazioni.
prima cosa: il silenzio. ho sempre ammirato (da un punto di vista etico più ancora che letterario) quegli scrittori che conoscono il valore del silenzio. penso a kafka, tra gli altri. probabilmente sul righello di cui parlavi il centimetro zero non è nemmeno il dolore allo stato puro (quello forse è del tutto irraggiungibile) ma proprio il silenzio. il rispetto. la sospensione del giudizio. come dante che quando arriva davanti a dio non ha più parole. questo è un punto che mi interessa molto e che cerco sempre di esplorare.
secondo: i margini. trovo interessante questa cosa: man mano che ti sposti verso il centimetro zero hai sempre meno parole per parlare del dolore. e allora se vuoi parlare del dolore sei costretto a raccontare il visibile (il dicibile) della fiamma che abbaglia. e sperare che il dettaglio marginale che scegli sia il più potente e il più preciso per toccare il dolore. questa è una strategia, senza dubbio, ma una stategia di un’efficacia a mio parere incredibile. cioè: caricare un oggetto morto (per sua natura periferico nell’esistenza) di un significato lacerante. capire e portare (il lettore) a capire per accostamento di idee. senza dire nulla.
tre: fermarsi un passo prima. mi viene in mente un racconto di roberto bolano che si concludeva così: “adesso era a me che toccava fuggire”. (ma intendiamoci, non c’è niente di nuovo: guardati i finali dei racconti di cechov.) ed ecco che tutto l’orrore ti sale dentro come nausea senza che venga detta una sola parola. Ti bruci senza vedere la fiamma.
personalmente lo trovo splendido.