Carlo o gli invisibili
di
Rocco Carbone
Per arrivare al Campo Boario dell’ex Mattatoio di Roma bisogna percorrere sino in fondo una lunga strada a ridosso del Monte dei Cocci e attraversare un arco dove stazionano normalmente gruppi di persone di varie etnie, nomadi, curdi, senegalesi che, in un modo o nell’altro hanno eletto a residenza quotidiana questo luogo dismesso nel centro di Roma, in un quartiere (Testaccio), sempre più ricco di ristoranti e locali cool, sempre più frequentato e costoso, insomma. Una volta varcato quell’arco ci si trova di fronte a un grande spiazzo circondato da recinti un tempo per il bestiame, stalle dalle facciate di mattoni chiari, alti capannoni, una casa a due piani che un tempo era stata la residenza del veterinario del mattatoio. Quasi tutto lo spazio è occupato da molte persone che qui abitano, da un tempo più o meno lungo e con più o meno lunghe aspettative di permanenza. Ci troviamo di fronte a una sorta di concentrato e clandestino miscuglio di differenti etnie: nelle roulotte all’interno dei recinti abitano decine di famiglie rom, che arrivano qui normalmente a un certo punto dell’anno e poi ripartono per qualche mese, per ritornare l’anno successivo; nella casa del veterinario trovano rifugio un centinaio di profughi curdi, provenienti prevalentemente dalla Turchia; nel capannone in fondo allo spiazzo, invece, da tanto tempo ci sono le stalle dei cosiddetti “cavallari”, vale a dire i vetturini di molte delle carrozzelle che portano a spasso i turisti per il centro di Roma. Dove dormano gli africani, soprattutto senegalesi, che si vedono qui a tutte le ore del giorno e della notte, non sono mai riuscito a capirlo davvero, anche se credo che alla fine si arrangino in vecchie macchine parcheggiate appena fuori dell’ingresso principale, e che sono diventate le loro case.
Addossate da una parte e divise da quelle dei rom da un passaggio sollevato da terra di un metro e protetto da un’alta ringhiera (ci passavano un tempo i bovini condotti alla mattanza) ci sono altre tre roulotte. Una di queste è circondata e protetta da una sorta di artigianale recinzione fatta con delle reti da letto, assi di legno e altro materiale di recupero. Una delle reti serve anche da cancello, è quasi sempre chiusa con un catena e un lucchetto e oltre di essa si vede uno stretto corridoio letteralmente ingombro di oggetti vari, cassette per la frutta, vecchi elettrodomestici, altro ancora. E’ in questa roulotte che, ormai da qualche anno, abita Carlo.
Carlo L. è nato a Roma quarantasette anni fa, nel quartiere residenziale di Vigna Clara. La prima volta che l’ho conosciuto, nel 2000, mi sono subito chiesto in quale modo era arrivato a vivere al Campo Boario, e quali potevano essere state le alterne vicende che lo avevano condotto a una condizione di indigenza pressoché totale. E una delle prime cose che mi avevano colpito era stata la sua capacità di esprimersi in un italiano più che buono, direi quasi ricercato, segno di studi fatti bene o di un’appartenenza a una classe sociale non infima. Insomma, Carlo è, a suo modo, un uomo colto, che ha letto libri, viaggiato e conosciuto persone. Il mio primo incontro con lui era avvenuto in circostanze particolari, almeno per me. Un gruppo di architetti e artisti romani, gli Stalker, assieme ad altre persone interessate al progetto avevano allestito quello che in seguito è stato definito “osservatorio nomade”, una sorta di laboratorio permanente nel quale lavorare assieme ad appartenenti a diverse etnie, migranti per vocazione o per necessità. Si lavorava in particolare con un gruppo di profughi curdi, per i quali si era occupata appunto la casa del veterinario, in condizioni allora più che pietose, la si era ripulita, arredata in qualche modo e data a loro. Ancora oggi, come ho detto, è abitata da un centinaio di curdi, che hanno dato a questa costruzione il nome di Ararat.
Carlo era arrivato con la sua roulotte là da qualche settimana. Aveva abitato in precedenza, sempre nella stessa roulotte, non lontano dal Campo Boario, accanto al nuovo Teatro India, assieme ad alcuni ungheresi che vivevano di elemosina e che in quel luogo avevano creato una sorta di piccola comunità con la quale cercare di sopravvivere nel modo più dignitoso possibile. Poi l’area era stata sgomberata, e Carlo un giorno era approdato in quello spiazzo. Ricordo che era estate, e faceva molto caldo. Io e gli altri volontari eravamo impegnati in lavori quasi esclusivamente manuali, quali intonacare le pareti di alcune stanze, trovare reti e materassi e portarli là con il furgone di un amico, cercare di allacciarsi alla rete elettrica, ripristinare, almeno in minima parte, l’acqua corrente nella casa. Carlo compariva a una certa ora del pomeriggio. L’aspetto trasandato, lo sguardo distratto dietro le lenti da miope, si muoveva da una stanza all’altra silenzioso. La sua figura era minuta, e poteva passare facilmente inosservato. Avevo impiegato qualche giorno per scoprire che non si trattava di un profugo straniero ma di un italiano, romano per giunta. Lo avevo scoperto quando mi aveva rivolto la parola per la prima volta, per chiedermi se non fosse possibile, visto che avevamo comprato una certa quantità di tubi di plastica, portare fino alla sua roulotte l’acqua. “Sai”, mi aveva detto con assoluta serietà, “non riesco a rinunciare all’abitudine di una buona doccia”.
Non ricordo se quell’acqua arrivò mai dalle sue parti, né ricordo se Carlo fu aiutato in altri modi da noi, così come aiutavamo i curdi. A pensarci adesso, Carlo aveva bisogno di aiuto quanto i curdi, se non più. Questi ultimi vivevano e vivono una condizione di estremo disagio, è vero, senza soldi e costretti ad andare via dalla loro terra, ma almeno condividono questa condizione con altri. Formano una sorta di comunità, mangiano e prendono il tè assieme, vedono in televisione il canale in lingua curda (hanno l’antenna satellitare, sul terrazzo, accanto ai fili per i panni). Hanno una loro identità, e conseguentemente una loro visibilità. E Carlo? Vive, come una volta mi ha confessato, “in assoluta solitudine”, non è aiutato da nessuno o quasi, non ha un lavoro o quasi (al momento cerca di vendere vecchi oggetti da rigattiere tramite annunci su “Porta Portese”), abita, come ho detto, in una roulotte di pochi metri quadri, senza acqua né luce. Carlo è, insomma, invisibile. E’ un uomo scomparso, inesistente nella sua stessa città.
Come questo quarantenne di famiglia borghese sia diventato povero me lo ha spiegato lui stesso una volta che sono andato a trovarlo nella sua roulotte, dopo avermi offerto una tazza (o meglio un bicchiere) di tè. Adolescente irrequieto, va via di casa a quindici anni per andare ad abitare in un piccolo appartamento nel quartiere della Balduina. Frequenta il liceo e nello stesso tempo si mantiene facendo piccoli lavori di ceramica. Vive con poco, in un periodo - i primi anni ‘70 - dove a Roma ancora si poteva vivere con poco. Anni di contestazioni e di disordini, gravi e meno gravi, ma anche anni dove c’era a livello per così dire giovanile un forte tessuto di solidarietà, una sorta di rete protettiva che si estendeva a un’intera generazione. A diciotto anni Carlo prende la maturità e fa il primo lungo viaggio, in Olanda, dove si ferma per qualche mese. Al suo ritorno scopre che la madre, da tempo ammalata, è morta (non aveva mai pensato di telefonare a casa, né i suoi erano riusciti a rintracciarlo per avvisarlo). Il padre non vuole più saperne di lui, e si rifiuta di pagargli le tasse universitarie. Carlo deve rinunciare agli studi, e vive in quegli anni in case con altre persone, fidanzate, amici, compagni di idee politiche, facendo lavori saltuari, vivendo un poco alla giornata, convinto che, in un modo o nell’altro riuscirà a cavarsela. Passano così tutti gli anni ‘80 e si arriva al 1992, quando Carlo decide di lasciare l’Italia. Spiega la sua risoluzione con la situazione politica italiana, che definisce “squallida e priva di sbocchi”. In Olanda, a Brest, trascorre cinque anni, fino al 1997, vivendo in una sorta di comunità ai margini della società, con persone che occupano case abbandonate e vi si insediano cercando di organizzare al meglio le necessità pratiche del vivere quotidiano. Quando ritorna in Italia, scopre che i suoi amici non ci sono più, o sono diversi. Molti si sono sposati e hanno figli, alcuni di loro hanno un lavoro fisso e badano ai soldi e alla carriera. Quel tessuto sociale di sostegno che per più di vent’anni lo aveva protetto permettendogli di vivere alla giornata, di guadagnare i soldi appena necessari, e di avere un tetto sopra la testa, si è dissolto, la città è sempre più cara, e il lavoro non si trova. Fino ad arrivare alla roulotte, e allo spostamento al Campo Boario.
L’ultima volta che sono andato a trovare Carlo è stata qualche giorno fa. Non ero sicuro che vivesse ancora lì, pensavo che dopo tre anni di permanenza in una situazione così precaria avesse preferito lasciare quel luogo, e trovarsi un’altra sistemazione, ma mi sbagliavo. L’ho visto un po’ più stanco di prima, forse anche più trasandato. Mi ha raccontato che vorrebbe andarsene, ma che ancora non ci è riuscito, e che ha subito una condanna per spaccio di sostanze stupefacenti. Dice di essere del tutto innocente, e di essere stato condannato soltanto perché, accanto alla sua roulotte, di giorno e specialmente di notte stazionano gli spacciatori, in prevalenza africani e maghrebini, che smerciano droghe di ogni tipo, dall’hascisc al crack. Mi chiede una sigaretta, mi dice ancora che forse andrà a vivere per qualche tempo nella comunità di Emmaus, dove potrebbe avere un lavoro come magazziniere, e un posto dove mangiare e dormire. Ma non è contento, perché preferirebbe essere libero, vivere per i fatti suoi. “Non mi ha mai interessato la condizione di povero dignitoso”, si lamenta con rassegnazione.
In una memorabile Intervista immaginaria a Edmondo De Amicis Carmelo Bene fa dire allo scrittore piemontese, ritornato dall’aldilà ai nostri giorni, che “i poveri sono le brioches dell’anima”. Quello che di De Amicis e del libro Cuore attraeva Bene era in buona parte l’esaltazione della povertà, delle sue doti morali, della sua esemplarità, un’esaltazione messa al servizio della retorica filantropica di fine Ottocento, in un paese da poco unito. La descrizione deamicisiana della miseria del proletariato cittadino era, nella ridondanza di buoni sentimenti di cui Cuore è indubbio ricettacolo, rivolta a ribadire le distinzioni di classe e di condizione sociale, quelle stesse distinzioni che permettevano allo scrittore di avere a disposizione tanti personaggi già belli e pronti: i derelitti, appunto. Insomma, i poveri vanno aiutati, ma a condizione che rimangano poveri: altrimenti, di cosa si può parlare e scrivere? Per chi e per che cosa possiamo commuoverci? A distanza di un secolo, l’Italia è molto cambiata, naturalmente. Anche i poveri. Contrariamente a quelli di De Amicis, essi sono diventati invisibili. Non c’è nessuno disposto veramente a interessarsi a un povero italiano come Carlo. Invisibili, è vero, ma vivi e vegeti. Sono nelle nostre città, camminano nelle nostre strade. Fateci caso. Se si guarda più attentamente, li si può ancora rintracciare. E aiutare, volendo.

