Juan José Millàs: “Laura e Julio”
di
Andrea Caterini
L’aria è stretta, le voci sudate – o inumidite da una coltre che impolvera posandosi su tutto – l’architettura è da interni, nella misura di spazi ristretti e corridoi ciechi.
Laura e Julio è un libro al limite dell’astratto, poiché Millás spinge la narrazione sempre in senso inverso, contrario, retroattivo. Non c’è slancio, nessuna spinta che porti fuori, alla luce del sole le parole; i suoni si ritraggono all’interno schiacciati, muti, galleggianti senza mai temere la possibile frantumazione, il loro ridursi ad atomo, a semplice niente.
Laura e Julio sono una coppia mediocre come le tante che spingono il loro rapporto all’inerzia, all’annichilirsi dell’amore, quelle in cui solo un agente esterno può rivelare loro ciò che non vivono prima ancora di ciò che dicono. Manuel, il loro vicino di casa che ascolta e vede il loro rapporto come da dietro uno specchio sottile che sembra far coincidere i due appartamenti, i due luoghi – le persone che fanno i luoghi –, è l’agente che personifica la loro frattura, la loro condizione di separati senza coscienza. Ma il ragazzo avrà un incidente e per tutta la narrazione lo sapremo su un letto d’ospedale in uno stato di coma. Da qui, dal bilico di una vita, dalla crepa dell’agente che Laura e Julio cominciano a fare i conti con loro stessi, credendo che per facilitare la ricerca debbano starsene soli, ognuno per conto proprio e vivere in solitudine la propria illusione, l’apparente catarsi. Anche Julio, cacciato di casa dalla moglie all’improvviso, sembra accettare la cosa naturalmente, senza disperazione, senza chiedere alcuna spiegazione. Tutto è normale, conforme a come la coppia aveva impostato il rapporto. La relazione stessa, viene da chiedersi, aveva previsto anche questa, come se una separazione non fosse un punto di rottura, la deriva dell’amore ma l’inevitabile sviluppo di una non vita. Ecco, Manuel, ora che è assente e presente allo stesso tempo, diventa un disvelamento. Julio, di nascosto, va ad abitare la casa del vicino. Indossa i suoi vestiti, si annaffia del suo profumo, dorme nel suo letto, legge le e-mail che la moglie mandava e continua a mandare all’ospite. È proprio attraverso l’epistolario, però, che Julio trasecola, come svegliato da un brutto sogno «Ci accorgiamo solo di ciò che sappiamo già, si disse, e cercò di verificare da quanto tempo fosse al corrente dell’intesa tra Manuel e Laura […] giunse alla conclusione che lo sapeva da sempre.»
Millás non cambia tono della narrazione neppure in questo caso, neanche quando Julio scopre che Laura porta in grembo un figlio che non è suo, ma dell’ospite, di un moribondo che se ha ancora una speranza di vita è perché Julio se ne è appropriato suo malgrado. Pensa alla paternità, Julio, ma alla sua o a quella di Manuel? Millás sembra far coincidere i due pensieri come per mettere nella condizione Julio di riappropriarsi di quella parte di sé che sembrava sparita, perduta nel dimenticatoio della quotidianità, dell’azzeramento mediocre di una vita lasciata sospesa nel suo non voler mutarsi in altro, nel non sapersi immaginare diversa. Era la realtà tutta a mancare a Julio, quella sola che poi, in un gesto di pura immaginazione, assurdo ma come lo sono le cose reali, lo spinge a scrivere a Laura dall’indirizzo di posta elettronica dell’ormai morto Manuel. È la voce di un Manuel che parla prima del congedo definitivo, quella che usa Julio per scrivere alla moglie di riprenderlo con sé, nel tetto coniugale e di fargli crescere il figlio che non è suo ma suo allo stesso tempo. Non c’è motivo di dubitare, non si può credere a questo punto all’inganno. Julio scopre la potenzialità di una scommessa, quella dell’immaginazione, che fino a quel momento gli erano estranei. L’estraneità di Julio era soprattutto a se stesso, ed è l’integrità, ora, che sa di dover recuperare, la coincidenza tra corpo e spirito, la possibilità di immaginarsi diverso perché ripetuto con un balzo che lo fa ritornare in avanti, che gli fa raccogliere passato e futuro: la prontezza di rispondere all’appello del presente. Solo nella lettera, infatti, la narrazione subisce uno slittamento che per prima cosa è semantico; non più pianificazione grigia di una monotona pantomima, non più l’asfissia di un corpo che non sa raccogliere le domande nascoste nel mondo. Ora la realtà è attraversata, come squarciata in un unico, fiorente respiro. Era stato davvero Manuel a parlare per mezzo di Julio. E l’assurdo ammette solo che a lui si presti attenzione, fede.

