I cari Nuovi (vecchi) Argomenti. Dedicato a Giorgio Fontana, cominciando da una polemica sciocca di Leonardo Colombati.
di
Paolo Sortino
1.
In un bellissimo opuscolo (il numero 80) che la galleria d’arte Il Gabbiano di Roma stampò in occasione della mostra di William Bailey tenutasi dal 25 novembre del 1980, si trova una brevissima pagina firmata da Alberto Moravia, che comincia così:
Ci sono civiltà che amano la bellezza, e civiltà che amano la verità. Le prime accanto a oggetti senz’altro belli, non possono fare a meno di crearne infiniti di cattivo gusto; le seconde arrivano a creare la bellezza attraverso la verità della funzione; se questa verità è in serie, cioè scade a meccanismo ripetitivo, allora abbiamo l’oggetto senz’altro brutto.
e poco più avanti conclude, ponendo come cardini opposti l’opera di Bailey e quella di Morandi:
Il fatto che Bailey presenti gli oggetti come “nuovi”, mentre in Morandi sono manifestamente “vecchi”, sta a dimostrare che appunto si tratta di oggetti visti nella luce di una verità morale. Così da far pensare piuttosto all’occhio limpido ed esatto che li ha guardati prima di ritrarli, che all’uso che ne è stato fatto nella realtà del vivere quotidiano.
Lo dico adesso: la questione che Colombati avanza sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti (il numero 41, del quale, che ne dica Guglielmi, le voci proposte dei giovani poeti sono molto interessanti e molto ben presentate dal bravo Carlo Carabba che è curatore del volume) è posta male fin da subito, e l’incipit di Moravia ci ricorda il vero perno della questione, quella appunto che vede l’Arte nella sua santità - l’impoverimento totale al fine di scorgere dietro il caduco ciò che resiste al significato e che dunque passerà in eterno - oppure la sua mistica perdizione - l’arricchimento a non finire delle forme e la moltiplicazione dei significati spingendosi persino nelle sfere non vissute (e invivibili) della morale o della retorica.
Colombati enuncia (nemmeno fosse il primo a farlo) la letteratura come spettacolo e in risposta giunge il pezzo firmato da Giorgio Van Straten che pare anteporre la “letteratura come etica”.
Ecco, è bene ricondurre la questione al modo di Moravia: si tratta del grande spartiacque che in tensione tra loro costituiscono, appunto, la bellezza e la verità. Ancora una volta non sono che queste a dettare i paletti dello studio e dell’approfondimento finché si resti con la testa alta.
Ecco allora che, impegnandomi io al posto loro, la tesi di Colombati viene ricondotta a quella paradigmatica della letteratura come bellezza, e quella di Van Straten alla letteratura come verità. Ricordarci la vera questione, “far risalire” a questa il punto del discorso, vuol dire ammaestrare i salmoni, ché paiono non sapere più andare contro la corrente fangosa dello Spettacolo il primo e della Politica il secondo.
Il fatto è che se si prendono seriamente gli intellettuali che scrivono, non si può che denunciarne l’incapicità di dire le cose come stanno. Se Colombati fosse nell’età dell’apprendistato, prima ancora che al suo primo libro, non starei qui a infierire più di tanto, accetterei di buon grado l’impegno a comprendere e a cercare di comunicare i suoi risultati parziali, perché sarebbero l’interesse, la sensibilità e la fatica dello studio a rendere la sua letteratura come bellezza assai più etica.
Invece siamo ancora lì, non ci siamo mai mossi, il suo amore per la bellezza non gli ha impedito di creare oggetti brutti, bruttissimi, come Rio (Rizzoli, 2007). Oppure Colombati vorrebbe che io continuassi più fedelmente nella sua distinzione? Ho letto Rio, sai che spettacolo di libro! Una massa della quale ci rimangono impresse (ci riescono, devo riconoscerlo, ma per il cattivo gusto imposto) figurine unte, come il padre o il suocero, non ricordo bene, che pare una specie di protettore squattrinato, che però non costituisce “carattere” e non è “tipo”, non è né moderno né classico voglio dire; e che l’autore crede di aver davvero messo in luce per mezzo del suo finto-eroe, che fino a un momento prima sedeva sul seggiolone arbitrario del campo da tennis. I suoi personaggi, ecco il punto, non preferiscono e non schivano nulla, non salvano e non fanno male a nessuno. Non si può credere, nonostante il vuoto antropologico cui è assoggettato il nostro Tempo, che davvero le cose stiano così; che gli uomini oggi riescano davvero a mettere in stand-by la lotta tra il bene e il male!
Ciò che c’è di spettacolare nella letteratura di Rio (abbasso la mira, più che sparare a Colombati sparo alla sua gamba storta) è l’assenza di bellezza quanto di verità. E in questo vuoto riempito l’autore non è altro che un moralista, giacché le vicende narrate, e i suoi oggetti, provengono esclusivamente dal suo sguardo, non altro che da “l’occhio limpido ed esatto [appunto arbitrario] che li ha guardati prima di ritrarli, che all’uso che ne è stato fatto nella realtà del vivere quotidiano.”
E io mi chiedo: non è infatti vero, e bello, che sempre e comunque è a quella realtà che si devono portare le nostre opere come a un altare giacché è lì che le abbiamo trovate?
Per quanto riguarda Van Straten non dirò più di tanto, fosse solo per Il mio nome a memoria (Mondadori 2000), che mi è restato nel cuore per diversi motivi, primo dei quali è che le sue pagine sono più etiche che politiche, e belle perché in relazione con una certa tradizione ferita. Certamente nella sua ricerca non scade nell’automatismo o nella serie, non arriva a produrre oggetti brutti; tuttavia si aspetta un libro altrettanto vero.
2.
Nel suo post pubblicato qui su (il) Crise il 24 marzo, Giorgio Fontana solleva una questione che merita di essere annoverata fra le più importanti, come quella a cui Colombati non ha saputo vedere. La distanza tra letteratura e dolore.
Domandarsi se ci sia una distanza tra i due vuol dire averne già avvertito la presenza. Devo quindi pensare che in realtà Giorgio si sia domandato se è giusto o meno che ci sia; e di conseguenza qual’è il compito dello scrittore, e dell’intellettuale in genere, nel tempo che vive; come deve pensare ciò che si è assegnato di fare o sente di dover fare (sia che pensi la letteratura come etica, dunque, che come bellezza).
Dunque sì, io credo che ci sia una distanza, ma per una ragione sostanziale, banale, ed è tutta sociologica, ed è da connotare ai cattivi maestri. Per spiegarmi meglio dirò che non si può dividere il mondo “fra uomini con i baffi e uomini senza baffi” come vorrebbe Vittorini con le Conversazioni in Sicilia. Equivarrebbe a sorvolare sulle infinite sfumature di esistenza e realtà alle quali invece uno scrittore dovrebbe sempre essere fedele, direi, per definizione di sé. Ecco un altro esempio di moralismo contro cui non si può fare null’altro che convertire le conversazioni in monologhi, cioè non ascoltarle né prendervi parte. Per mio conto, vedo che la distanza è mancanza di fedeltà (meno che mai di aderenza come nel neorealismo) alla realtà e ai processi che essa scatena. Non sono un fautore dell’etica, del compito di questa o quell’arte - del resto una delle poche cose che ho compreso è proprio l’inutilità, perfetta, dell’arte stessa, il suo non poter essere mai corrotta dalla troppa intelligenza dell’uomo; l’arte che anche quando è misera non è mai miserabile. Eppure al fondo del fondo un compito c’è, che difatti non è suo dell’arte, ma nostro, che una coscienza l’abbiamo e non possiamo far finta di niente. Il nostro dovere è credere, prima e dopo di tutto, che il mondo non è come appare, e che le cose non sono semplici. Sostenere il contrario è perdere quanto di più bello e vero risiede nei cuori di chi crea e pensa, di chi studia. Sarebbe perdere il cuore e il pensiero. E’ compito nostro sottrarre alle sovraesposizioni la perla che non può essere ridotta. Nemmeno il diamante dal fango, ma l’atomo.
E le Conversazioni di Vittorini, sono “belle”? direi di sì, non riconoscendole come “etiche”, eppure non lo sono, perché non stiamo lì a bocca aperta, non le inseguiamo, né ringraziamo Vittorini per la semplice cortesia con cui ce le ha concesse; né vorremmo averne copia nelle nostre lettere private; e neppure vorremmo una realtà così banale e superficiale per i nostri figli.
Se gli scrittori hanno questo compito, e io ci credo, è diversamente possibile affermare che consiste nell’annullare la distanza col dolore (citerò per questo un solo caso supremo, l’opera intera di Philippe Forest, la cui rivoluzione più grande è proprio aver scisso il dolore dalla malattia, e averlo invece ricomposto alla nostra natura); è viverlo oltre la sua vivibilità che è di per sé ostile alle nostre sensibilità. Il nostro dovere è proprio quello di spingerci, senza paura, oltre i limiti comandati dalla sofferenza, travalicare anche quei momenti non negoziabili dall’esperienza, quando vivere a margine della nostra vita diventa il punto centrale di essa; quando scrivere è aggiungere vita alla vita (ce lo diciamo sempre fra noi), significa fissare l’Assoluto, proprio come quando fissiamo con gli occhi - e poi seguirlo, e conseguirlo.
Dove la bellezza e la verità, angeliche, sono i guardiani attenti della fede.
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Informazioni utili intorno a Leonardo Colombati su www.zam.it



Aprile 11th, 2008 at 12:43 am
la cosa più dura che ho letto quest’anno. Ci sono libri assai peggiori di Rio però, devo dirlo. Quel numero di Nuovi Argomenti non l’ho letto, ma sono d’accordo che tutto nasce e muore tra verità e bellezza - almeno le cose più belle e più vere!. Certo le complicazioni ci sono, ma nessuno sembra saper dire qualcosa di nuovo davvero sulla bellezza e sulla verità, per questo le polemiche lasciano il tempo che trovano.
con voi anche nei momenti difficili,
C.
Aprile 11th, 2008 at 7:13 am
Oppure trovano il tempo che gli lasciamo.
Articolo ben scritto, ma troppo crudele con uno scrittore, comunque, dei più sensati oggi. Se scriviamo così a Colombati a Moccia cosa raccontiamo?
.aldo.
Aprile 12th, 2008 at 4:47 pm
se trovi il coraggio di leggerti un intero libro di moccia scrivici tu qualcosa…
scherzo… ma neanche troppo
luca
Aprile 14th, 2008 at 9:01 am
innanzitutto grazie mille a paolo.
dico la mia. questo pezzo è molto stratificato e mette insieme parecchie suggestioni. nel mio articolo io mi domandavo in che modo lo scrittore dovesse rapportarsi di fronte al mistero della sofferenza. quali armi dovesse - non potesse, DOVESSE - alzare per scriverne con purezza. (senza necessariamente comprenderlo, anzi). non dico di essere arrivato a un risultato, ma mi sono posto un problema che sento molto profondamente.
paolo, tu invece ribalti questo problema. in qualche modo lo azzeri: a tuo avviso - se ho capito bene - ogni distanza dalla sofferenza e ogni paletto posto è una forma di malafede e di vigliaccheria - non etica ma estetica (anche se le due sfere si compenetrano, qui). per questo dici che “il nostro dovere è proprio quello di spingerci, senza paura, oltre i limiti comandati dalla sofferenza”. e citi giustamente forest.
il punto è che così facendo abbracci solo quel secondo corno di cui parlavo nel mio pezzo: annientare ogni distanza per quanto possibile. cercare di raggiungere quello stato di purezza assoluta dove dolore e parola si avvicinano fino a specchiarsi.
io personalmente non sono convinto che sia la sola via, come ho scritto. sicuramente è la più complicata. non so fino a che punto la più valida.
ma non vorrei che il tuo discorso sia più ampio e io l’abbia frainteso. (nel senso: non vorrei che tu ti riferissi non tanto a una dimensione poetica, al rapporto parola-dolore, ma proprio a una dimensione umana. cioè, al fatto che non è possibile eludere il problema sofferenza e il problema complessità, QUALSIASI SIANO LE ARMI CHE USIAMO PER AFFRONTARLI POI. se era questo quanto volevi dire, se era un appello alla necessità di mordere la questione e buttarsi a fondo nella sofferenza, non posso che essere d’accordo).
un abbraccio.
gio
Aprile 15th, 2008 at 11:40 am
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Aprile 20th, 2008 at 8:54 pm
Caro Giorgio,
scusa il ritardo.
Certamente ho voluto “mordere la questione” del dolore - e quindi il mio scritto ha questa valenza “umana”, vuole averla dall’inizio alla fine - ma ho anche voluto inculcare in essa una ragione “poetica”, essendo la “mia poetica” testimone proprio del loro matrimonio.
è altrettanto vero che forse la tua domanda ha senso in quanto tale, in quanto “intuizione per una coscienza di lavoro”, che lascia la distanza e non pretendendo di coprirla la rende sempre vera; e che optare per una o l’altra via equivale a cedere la forza necessaria per sostenere quella domanda, che fra tutti i doni che porta ha quello stupendo di una profonda umiltà. Tuttavia credo che presto o tardi una scelta occorre farla, che porti all’azione, che il gesto si ricomponga all’atto.
ti abbraccio, sempre.
pa.