Poesia italiana del nostro tempo: sul ballottaggio Alemanno-Rutelli. Contro il fascismo democratico
di
Paolo Sortino e
Andrea Caterini
Paolo: Ripensavo all’articolo di Arnaldo, e poi alle elezioni e in particolare a questo ballottaggio ridicolo tra Rutelli e Alemanno. Inutile dire quanto mi pare assurda questa Italia. Dobbiamo saperci porre una domanda secondo me cruciale: per quale motivo si dovrebbe votare? Che poi vuol dire: crediamo che qualcosa si possa ancora fare per migliorare la patria? c’è qualcuno che possa servirla? chi è? è questo o l’altro candidato?
Ti dico la mia. Non si può fare nulla per il Paese. Non con questa gente, non con queste menti. L’articolo di Arnaldo dice di questo “fascismo democratico”, ed è tutto qui. O meglio, poi c’è la carità, va benissimo, sai cosa credo. Eppure la carità è fra uomo e uomo, ed io mi impegnerò a farla reale al meglio che posso ogni qual volta che posso. Ma per l’organizzazione del Paese? Va bene, ci arrivo, la carità al potere, perfetto. Ma? mi pare che qualcosa non stia andando nel verso giusto comunque…
Andrà a finire che tutto il mio lavoro lo impiegherò a “dimostrare” che le cose non vanno, della serie “Sprofonda nel tuo bel mare!”, Italia. E allora? non sono fascista, e non voterò Alemanno al Comune di Roma. Ma essendo il fascismo oggigiorno “democratico”, e non essendo io fascista democratico, non voterò nemmeno Rutelli.
E se la mia intenzione è impegnarmi tanto, in tutte le occasioni che posso e quindi già dal voto, per dimostrare che siamo già arrivati a indossare i panni dell’Argentina (anzi peggio, il nostro crollo è finanziario, è politico, culturale, antropologico… è assoluto, è fascista – ed è ora di dirlo che il crollo c’è già stato, ma trovandoci in Europa gli altri Stati non permettono che sia evidente, perché un buco in Europa risucchierebbe anche gli altri) dovrei allora, come mi è stato detto, votare Alemanno, così andiamo dritti dritti all’Apocalisse e Sortino è contento. Invece no, mentre non faccio niente per mandare al potere il fascismo democratico, nemmeno mi impegno a mandarci quello storico. Risultato: non andrò a votare.
Messo così, il nostro è un paese miserabile. Vorrei ce ne rendessimo conto. Magari cadessimo nel crollo vero! così invece c’è troppa ricchezza in giro. Troppa apparenza che copre la miseria di fondo. Il fascismo democratico parte proprio da qui. La ricchezza, il lavoro non organizzato, la semplificazione e la superficialità, fanno insieme il suo ambiente naturale. Se vedessimo davvero la nostra condizione vera; se capissimo che l’apocalisse c’è già stata, lasceremmo andare questa sensazione sbiadita di non stare-troppo-male-dopo-tutto. L’onore rialzerebbe il viso da terra, comincerebbe a ricostruire con rettitudine un paese che a vederlo da vicino t’accorgi che sta in piedi come macerie tenute insieme.
Vincerà Alemanno? non lo so. Forse sì. Forse la gente vuole vedere le fiamme, vuole bruciare rumorosamente, vuole rendersi conto della violenza. Pare stanca ormai di questa combustione fredda, dell’incenerirsi istantaneo, silenzioso, del nostro bel Pease.
***
Andrea: Hai detto molto già tu e dice molto il testo di Arnaldo, e io non posso che essere d’accordo. Però mi fermerei pure su le due possibilità che si stanno contendendo la poltrona. Non mi interessa realmente di loro due in sé ma di quello che rappresentano, della storia che si portano alle spalle di quello che propongo e di come si espongono. Ecco, mi sembra questo il punto. Sono due “Italie” a giocarsi qualcosa oppure è la stessa moneta con due teste? Rutelli è davvero un’alternativa? e a che cosa, a chi si sta alternando? Il fatto stesso che la sua candidatura rappresenti un secondo mandato mi pare già mettere in scena un fatto che la sinistra lamenta alla destra; ovvero: “propongo il vecchio perché il nuovo è destabilizzante per il cittadino, rischierebbe di spaesarlo”.
Forse bisognerebbe partire da qui, dalle evidenze. E Rutelli fa parte di un contenitore – il Pd – costruito a tavolino ancor prima dei contenuti, così come Veltroni e tutti gli altri. Perché l’illusione di una novità è già novità (così pensa il “fascismo democratico”). Ma, dico, non è forse che avendo paura che i cittadini riconoscano il vuoto che hanno non solo di fronte, ma dentro, si è creduto fosse giusto costruire uno scheletro incancrenito (un contenitore, appunto) che alzasse le sue pareti intorno al vuoto? E, si sa, il vuoto lo si può rimpinzare di tutto, perfino di contenuti e della retorica dei contenuti.
È triste, certo, avere la nostra età e andare a votare per il meno peggio, sapere che non c’è nessuno che davvero ti rappresenta. Veltroni, anziché Berlusconi? È ancora più triste se si vota il primo dopo aver letto la retorica e il niente del suo programma (basta sfogliare la paginetta sulla scuola, o, peggio ancora, esaminarne la lingua, le frasi fatte o le espressioni in pillole di un inglese buono nei call center). E questo è stato il mio caso, votarlo per la paura di Berlusconi, e forse mi sono convinto a non annullare la scheda dopo averne visto la volgarità l’ennesima volta da Matrix. Lo ammetto, il mio voto è stato un puro fatto di paura. Ma anche la paura mi giustifica?
Adesso, mi chiedo, la sinistra sta davvero analizzando la sconfitta, e la sconfitta di ricevere dei voti come il mio l’ha analizzata, o invece crede che tutti i loro elettori siano dei fedelissimi? O forse è un vizio che ha, demonizzare l’avversario (Berlusconi, Alemanno ecc.) per non guardare le mancanze di casa propria? E ancora più a sinistra si ripete la stessa cosa. Ho sentito l’altra sera parlare Diliberto e dire: “Sono stati gli elettori a dire che La Sinistra l’Arcobaleno non esiste” fino a qui nulla di strano (a parte l’articolo prima di Arcobaleno che non ho capito!), nulla da eccepire, poi “bisogna ripartire da quello che già esiste… Rifondazione da una parte e Comunisti italiani dall’altra”. Bene. Ma Diliberto si è mai chiesto se davvero gli italiani hanno capito il motivo per il quale due partiti che si dicono comunisti non stanno insieme? e se poi i rappresentanti di quei due partiti hanno dei pareri così vicini, così simili, con quale criterio un elettore dovrebbe votare l’uno piuttosto che l’altro? È davvero sicuro Diliberto che gli italiani lo votino perché hanno capito le differenze – le fratture all’interno del vecchio Pci – e non invece perché l’uno è più simpatico dell’altro, o perché l’uno è più affidabile, affabile, forte dell’altro? Lascio la domanda aperta. Continuo solo col dire che mi sembra, Paolo, che tutto il mio discorso sia una ripetizione, una ripetizione che torna al punto di partenza e la ripetizione ripete inevitabilmente se stessa – l’identico, quindi, la conformità, l’orizzontalità che vuole e ha già ottenuto il fascismo democratico. Un paesaggio senza stagioni (ti ricordi La strada di McCarthy?) nel quale le differenze sono già annullate, in cui il niente ha già distrutto tutto, corroso tutto, incenerito cose e uomini e con gli uomini le loro idee, la loro fede, la loro carità. E per essere caritatevoli bisogna ammettere che le differenze siano un principio conoscitivo, il dubbio all’interno delle nostre certezze, siano la ragione che ci faccia ammettere che l’altro è la nostra intimità. Questo ce lo siamo detto spesso, è vero, e forse non possiamo che pretendere dalle persone la coscienza, prendere coscienza di un vuoto. Ma si tratta di ricostruire una Civiltà, di rifare la Patria. E tu citi Pasolini (“Sprofonda nel tuo bel mare”, Italia). Sì, forse è già sprofondata e Alemanno non credo che sia la fiamma che brucia e fa rumore. Insomma, anche Alemanno non sarebbe capace di portare il paese (una città nel suo caso) più sotto di quanto già non stia. Tu probabilmente mi diresti che renderebbe la cosa evidente, esplicita, la renderebbe rumorosa appunto. Ma sei davvero sicuro che lo farebbe? A me è capitato di vederlo a Piazza del Popolo, parlava a bassa voce e in mano aveva un microfono; parlava a quindici persone da dentro uno stand alzato con i suoi manifestini. Finito di parlare li ha baciati tutti quei quindici, salutandoli amichevolmente. Voglio dire, non ha imparato anche lui un metodo come l’altro? Un metodo silenzioso, di quel fascismo non più di piazza, non più da sfilate, non più di botte (e lui era uno di quelli che le botte le dava negli anni Settanta!) ma democratico appunto. A cambiare non saranno i dettagli, perché i dettagli sono già cultura, sono già differenze. Ma semplicemente un viso, un viso che non è neppure “nuovo”. Alemanno non sta già dentro il discorso che abbiamo fatto? Sì, ci sta dentro con tutte le scarpe, anzi nelle stesse scarpe dell’altro.
Il problema allora è di paralisi. Tu mi dici che non voterai a questo sciocco (e lo è davvero sciocco e ridicolo) ballottaggio. E non votare è già un gesto politico rispetto ai presupposti di cui abbiamo parlato.
La cosa che davvero mi sconvolge, però, è sapere che se non si mette al centro di tutto la cultura (perché un paese, una civiltà è sulla cultura che affonda le sue radici) allora che io te parliamo con al fondo di ogni fondo un po’ di fede (altrimenti non metteremmo pubblica una nostra conversazione con l’intento che venga letta e davvero riconosciuta come una voce) è la sola cosa che possiamo dare – fare?
Non è certo ancora carità, lo so bene, è ancora meno di niente la denuncia, perché espone solo la rabbia di un amore ferito.


Aprile 21st, 2008 at 12:30 am
ragazzi miei sono d’accordo in tutto e per tutto, soprattutto con Paolo sul voto e con Andrea sulla cultura come unico suolo possibile alle nostre radici…
un abbraccio fortissimo. a.
Aprile 21st, 2008 at 11:33 am
andrea, paolo, grazie mille per questo scambio.
tre contributi alla discussione:
1. il ricordo impreciso e devo verificare, ma un socialista d’inizio novecento (credo bissolati) scrisse che il socialismo è l’autentico superamento della carità, perché fa sì che lo stato provveda a quanto ora provvede la libera iniziativa del cittadino (per i bisogni basilari di ognuno). ovviamente, la carità come valore e scelta personale rimane, finalmente libera di altri oneri.
2. dall’altro lato della penisola: qui a milano, sotto la pioggia, in pieno corso buenos aires, trionfa uno striscione: W BOSSI RE DEL NORD. o qualcosa del genere. da parte a parte, taglia la grande arteria commerciale, e noi - italiani e immigrati - alziamo la testa e la abbassiamo.
3. mio padre mi ha detto due cose. la prima è risale a due anni fa ed è la seguente: “comincio a credere fermamente che berlusconi non sia la causa ma il sintomo.” la seconda è un ammonimento di un suo collega: “non temere berlusconi, temi il berlusconi che è in te”. non so voi, ma io mi sento continuamente esposto - per necessità, per organizzazione politica, perché anche quando compro una mela devo scendere a compromessi - alla possibilità di fare del male. non è bello.
abbracci.
gio
Aprile 21st, 2008 at 1:04 pm
Ciao Giorgio,
sul tuo terzo punto vorrei dire che sì Berlusconi è più il sintomo che la causa, essendo la questione che io e Andrea abbiamo descritto non solo diffusa, ma anche radicata nella società ci pare, in atteggiamenti e mentalità… (e per questo difatti la ritengo “antropologica”), ma è pure vero che il sintomo, in un Regime, comincia a vivere di vita propria e moltiplica ciò che l’ha prodotto, finendo per essere a sua volta causa, se non del fenomeno in sé, allora della sua complicazione e quindi della sua realtà.
Sul fatto poi che occorre preoccuparsi del “Berlusconi che è in noi” sono d’accordo. Rifiutare il fatto che il fascismo democratico si è già innestato anche in noi, altrimenti non sarebbe antropologico, e non sarebbe assolutistico (e non sarebbe democratico), vuol dire anteporre alla difficoltà che si descrive una ottusità che non produce frutti. Significherebbe dire che no, non è vero, le cose non stanno così, fosse solo perché Io sono diverso, io ne sto fuori. Perciò vorrei che ne prendessimo un visione vera. Il Berlusconismo che vive in molte persone che conosco e che si dichiarano “contro”, portandoli a dire quella frase che ho detto: “non-si-sta-troppo-male-dopo-tutto”, perché tanto si torna sempre a casa (chi una casa ce l’ha), qualcosa da mangiare si trova sempre, si scopa comunque e domani è un altro giorno, non va bene, non va per niente bene. Ci si chiude in questo modo dentro casa. E più all’interno ancora, una cosa dentro l’altra e non se ne esce più. E’ proprio la paura, e il suo labirinto.
Aprile 21st, 2008 at 1:16 pm
ciao paolo,
concordo. causa e sintomo si intersecano inevitabilmente. e il fatto che il problema sia antropologico è verissimo - anche se io direi che quanto accade oggi è un modo contingente di peggiorare una questione antropologica (essenziale). siamo nipoti della resistenza e i nostri padri la stanno cancellando dalla faccia della terra.
quanto al tuo secondo punto, ho la risposta migliore. non è mia, è del mio amico danilo. poniamo persino che sia vero, che dopotutto non andrà troppo male, che son fuochi di paglia etc. di qui lo scambio:
un nostro conoscente: “vabbè, dai, alla fine comunque non cambierà niente.”
danilo: “appunto. è proprio questo il problema.”