Lettera a Luca Colafrancesco per le sue “Ossessioni”
di
Andrea Caterini
Caro Luca,
ho riletto il tuo libro, Ossessioni, una seconda volta. È stata una lettura veloce, come la prima, eppure diversa, come a lasciar compiere il principio di ripetizione che ha mosso i versi e la narrazione della tua opera. Hai scritto davvero un bel libro, nell’architettura, nei richiami interni, in quelle rime semplici e alternate che hanno creato una pista, un percorso a tutto quello che stavi cercando di dire o cantare. Avrei tagliato qualche passaggio nel racconto finale, e forse eliminato delle poesie – ma questo fa parte della mia natura, forse, e non della tua. Dicevo di un principio di ripetizione, perché questo hai cercato di capire tu stesso scrivendo. Come la ripetizione possa garantire una possibilità – una sola, che è poi la scelta dell’uno, della vita – di salvezza, e come la stessa salvezza sia possibile solo capendo i fili che tessono il suo ripetersi. Hai parlato di creazione e apocalisse, l’hai fatto come se le due cose coincidessero. E hai capito, alla fine, che coincidevano davvero. Il giorno e la notte che coincidono in un punto – l’aurora? – che va scovato, e tu cercavi quel principio che è la fine a partorire. Non potevi farlo limitandoti a viverlo. Hai sognato, invece, che il principio stesso della vita si ripetesse nel suo concludersi – alle eterne gravidanze dei finali. E ti sei accorto pure che quel principio solo così poteva essere vero, poteva essere reale. La realtà che è più vera se la sogni. Un sogno nel sogno, meglio: un sogno che non può finire ma ripetersi, ripetere l’eterno. Hai quindi unito il mito alla teologia e lo hai fatto con ironia. Sì, perché l’ironia ti ha garantito un’idiozia che non prevede coscienza. La coscienza conosce solo il male, si accorge solo delle cattività, solo di se stessa – dell’inutile. L’idiozia no; poiché essendo priva di una lingua è costretta a inventarne una nuova, la sola possibile che è già fede, fede nella vita, nella sua musica profonda e assoluta. Ed è il sogno che si muove sempre da un punto di vista ironico, perché inverte i termini della realtà per svelarli, farli veri – così come l’idiota ironizza sulla coscienza del mondo giacché non ne ha: è solo l’interezza della vita a muovere la melodia della sua visione, quindi conoscenza. E il tuo Orfeo è un idiota, perché vive la realtà e quindi la ricrea – imitandola – assieme a Euridice, proprio lei che è madre di tutto, che è la terra e la sua fecondità, che partorisce trattenendo e rilasciando al contempo il mistero, che nel suo ripetersi lo fa nuovo.
Hai scritto un libro complesso, perché hai creduto fino all’ultima riga che è la stessa vita a non pensarsi e immaginarsi semplice e vuota, ridicola e arida come la vorrebbero gli uomini che l’hanno nientificata, continuando a partorire corpi morti: altro niente, ancora.
Di tutto questo e per questo ti sono riconoscente
Andrea


Aprile 29th, 2008 at 12:22 am
é proprio vero: certa critica diventa un testo altro. Un inutile passatempo che perde, strada facendo, il suo reale oggetto di studio.
Aprile 30th, 2008 at 11:06 am
a me piace.
ma è una questione di “piacere”?
DIEGO